Dilagano i prodotti tipici. Ma non
sempre il marchio di qualità dice tutto quel
che c'è da sapere sull'origine degli alimenti
garantiti. Che possono nascondere qualche sgradevole
sorpresa.
La Valtellina? È una provincia del Brasile.
Battipaglia? Una cittadina romena.
Il Chianti? Una terra di vigneti tra Puglia e Calabria.
Se questa geografia non vi convince siete palati fini
ma consumatori distratti. Amate salumi e formaggi tradizionali,
pomodorini gustosi e vino doc.
Forse, però, vi fidate troppo di quei marchi
(dop e igp, oltre a doc e docg per i vini) che dovrebbero
garantire l'origine degli alimenti ma che, nati per
tutelare il consumatore, hanno finito per valorizzare
i prodotti e aumentarne i prezzi.
Basti pensare che dop e igp rilasciati a cibi italiani
registrati dal ministero delle Politiche agricole sono
oltre 150 e i vini con marchio di qualità circa
500. Lo ammette persino Piero Sardo, presidente della
Fondazione Slow food per la biodiversità, che
ha combattuto per la protezione dei cibi tipici in via
d'estinzione. «Oggi proprio i marchi di qualità
non solo danneggiano i piccoli produttori locali che
non possono sostenere le spese di registrazione (circa
il 5 per cento del costo di produzione), ma in qualche
caso ingannano il consumatore, favorendo solo la grande
industria alimentare».
Il perché è presto detto: senza contare
le vere e proprie frodi, alcuni disciplinari (ovvero
le norme che definiscono i criteri di produzione) hanno
maglie talmente larghe da trasformare il marchio di
qualità in una beffa. «Gran parte dei prodotti
si allontana mostruosamente da quello che il consumatore
immagina di mettere nel piatto» conclude Franca
Braga, supervisore di Altroconsumo per le indagini alimentari.
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